Sulla nullità del Ricorso del lavoro

Le eccezioni di nullità del ricorso del lavoro sono ancora molto frequenti e sebbene spesso vengano respinte, è altrettanto vero che nelle ipotesi in cui vengono accolte permettono una difesa in progressione, che consente di riproporre le stesse o similari domande, con le correzioni e gli aggiustamenti suggeriti dal precedente giudizio.

L’art. 414 cod. proc. civ. nell’elencare i requisiti del ricorso contempla, pur non prevedendoli espressamente, i casi di nullità del ricorso, da dichiarare in via preliminare con l’inammissibilità e quindi senza esame del merito, neppure per la valutazione delle prove o per respingere la domanda perché non provata.

La fattispecie trattata nello specifico, non va confusa con la genericità delle difese del convenuto che porta ad un giudizio d’infondatezza delle eccezioni proposte, ovviamente sempre con onere dell’attore di provare la sussistenza del diritto. La mancata indicazione nel ricorso introduttivo del giudizio di lavoro di uno dei requisiti essenziali di cui all’art. 414 cod. proc. civ., che ovviamente vale anche per il ricorso in appello (stante il richiamo dell’art. 434 cod. proc. civ.), dovrebbe essere causa di nullità insanabile dell’atto, rilevabile d’ufficio, derivando tale sanzione dal principio contenuto nell’art. 156, comma 2, cod. proc. civ. e da esigenze di ordine pubblico, per cui la nullità non dovrebbe essere vinta neppure dall’accettazione del contraddittorio ad opera della controparte.

L’insanabilità delle carenze ex art. 414 cod. proc. civ., sugli elementi di fatto e di diritto, è deducibile anche dall’art. 420 cod. proc. civ., per cui si possono modificare domanda e causa petendi solo per gravi motivi, previa autorizzazione del Giudice.

Puntualizzato quanto precede, occorre evidenziare che i requisiti essenziali sono quelli indicati nell’art. 414 cod. proc. civ. dal n. 1 al n. 4, mentre quelli di cui al n. 5, che sono eventuali (mezzi di prova e documenti), vanno indicati nel ricorso se ed in quanto le parti vogliano avvalersene. Di conseguenza, la mancata indicazione dei mezzi di prova e dei documenti non comporta la nullità, ma semplicemente la decadenza dal diritto di avvalersene, (salve le previsioni dei provvedimenti istruttori di cui agli artt. 420, 421, e 437 cod. proc. civ.), con la conseguenza che la loro mancanza non esclude l’obbligo del Giudice di pronunciarsi sul merito, con relativo giudicato.

Di solito, le ipotesi contemplate ai nn. 1 e 2 non comportano problemi, anche perché interpretate sempre nel senso che per Giudice e parti, o anche per il difensore, sono sufficienti indicazioni certe, tali da rendere incontestabili i soggetti, al di là dei dati formali.

Problemi sorgono solo per i requisiti indicati ai nn. 3 e 4, sull’oggetto della domanda e sull’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto  sui quali si fonda la domanda, nonché sulle conclusioni.

In genere, gli errori o le carenze attinenti l’esposizione degli elementi di diritto sono irrilevanti, in base al principio per cui il Giudice conosce la legge (iura novit curia).

Spesso, però, gli errori nella prospettazione di diritto si riflettono nel merito, con pronuncia suscettibile di giudicato.

Questione diversa è se sia possibile modificare gli elementi di diritto posti a base delle azioni o delle eccezioni: non è possibile, per le preclusioni di qualunque modifica, salvo gravi motivi dopo autorizzazione del Giudice (Art. 420, comma 1, cod. proc. civ.).

Un discorso a parte va fatto per le conclusioni che, il codice di procedura impone a parte (art. 414, n. 4, cod. proc. civ.), evidentemente per ragioni di chiarezza e semplicità. Qui il formalismo impone che le conclusioni siano esplicite, senza possibilità di dedurle in via indiretta, dall’esterno, o solo dopo l’esame complessivo dell’atto. Il formalismo delle conclusioni è essenziale, garantendo così un minimo di imprescindibile certezza. Né per integrare e precisare conclusioni carenti od incerte, c’è possibilità di sanatorie successive delle parti e tantomeno del Giudice, sul punto privo di giurisdizione.

La casistica dei possibili errori sui requisiti del ricorso è veramente amplissima: dalla mancata indicazione del giudice a quelli sul petitum e causa petendi.

In ogni caso, vale il consolidatissimo principio dell’esame complessivo dell’atto, per cui bisogna esaminare non i singoli frammenti separatamente, ma l’intero atto nel suo complesso.

All’esito di questo esame complessivo, si avrà nullità dell’atto introduttivo del giudizio in caso di totale omissione di un requisito essenziale ovvero di assoluta incertezza, tale da non permettere una compiuta difessa alla controparte. Importante e decisiva è la possibilità, pur in carenza di taluni elementi di fatto e di diritto del ricorso, di individuare in maniera inequivocabile le ragioni e l’oggetto della domanda.

In ogni caso, la valutazione di nullità del ricorso implica una interpretazione dell’atto introduttivo riservata al Giudice del merito, censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione: di conseguenza potrà essere oggetto del giudizio di Cassazione non l’esame del ricorso introduttivo ma delle ragioni esposte nella sentenza impugnata per affermare che il ricorso stesso era o meno affetto dal vizio denunciato.

Peraltro, il carattere chiuso del processo del lavoro comporta che l’esame complessivo dell’atto non possa portare ad integrare dall’esterno il contenuto del ricorso, neppure per relationem. Il Giudice di merito può estendere il suo accertamento anche al contenuto degli atti allegati al ricorso introduttivo, qualificati come parte integrante dello stesso, purchè però il ricorso contenga già tutti i requisiti essenziali. In tal modo, la validità del rapporto processuale non può essere sanata dallo svolgimento di attività ulteriori rispetto all’originaria carenza dell’atto introduttivo.

Per quanto concerne invece la documentazione allegata a corredo del ricorso, occorre innanzitutto distinguere i documenti puramente contabili, dagli altri, in applicazione di criteri indicati nel ricorso: in tal caso, la domanda è già determinabile ed i conteggi nulla tolgono o aggiungono.

Ad esempio, non si ha nullità se con la domanda per spettanze retributive, venga indicato il periodo d’attività, l’orario, l’inquadramento e sia specificata la somma complessivamente pretese con i relativi titoli, rimanendo irrilevante la mancata formulazione di conteggi analitici, tanto più se la quantificazione monetaria è deducibile mediante calcoli aritmetici o in base a criteri predeterminati per legge.

Spesso, però nel ricorso non sono previsti i criteri, magari indicati solo nei documenti depositati. Talvolta, ancora, i documenti contraddicono il ricorso (ad esempio, nel ricorso si chiede una somma per retribuzione, nei documenti per TFR).

Si ritiene, allora, che l’affermazione della Cassazione, per cui l’esame complessivo dell’atto  può essere fatto “eventualmente anche alla luce della documentazione allegata” sia da intendere nel senso che i documenti possono aiutare a comprendere meglio il petitum e la causa petendi, ma non possono essere considerati essenziali: se petitum e causa petendi non sono comprensibili senza i documenti, il ricorso è nullo.

L’integrazione è esclusa non solo per i documenti semplicemente depositati ma non richiamati, ma anche per quelli richiamati nell’atto introduttivo.

E ciò perché i titoli devono essere indicati esplicitamente nell’atto introduttivo, senza possibilità di ricavarli solo dai documenti richiamati e prodotti. Il Giudice di merito può e deve prendere in considerazione ogni elemento risultante dagli atti e dai documenti di causa, provenienti sia dall’attore che dal convenuto, e può anche chiedere chiarimenti alle parti, ma non può mai sanare in tal modo le carenze.

In sostanza, vale il principio dell’autosufficienza, indicato espressamente nell’art. 414 cod. proc. civ.: è il ricorso che deve contenere già tutti gli elementi essenziali, senza possibilità alcuna di integrazioni esterne dell’atto introduttivo con i documenti o con i mezzi istruttori.

In merito quest’ultimo aspetto, va detto che di certo non si può sanare l’irregolarità del ricorso con l’istruttoria e quindi, ad esempio, con l’interrogatorio delle parti o con prove testimoniali. I capitoli di prova indicati possono certamente aiutare a comprendere il vero contenuto dell’atto, ma è molto diverso rispetto al caso di integrazione mediante istruttoria.

Il codice di procedura civile nulle dice se e come vada sollevata l’eccezione di nullità (come accade, ad esempio per l’incompetenza per territorio), con la conseguenza che la nullità dovrebbe essere rilevabile in qualunque stato e grado del giudizio, anche d’ufficio.

Per quanto concerne il processo di primo grado, la Cassazione ritiene che in caso di non tempestiva eccezione, la nullità sia sanata per raggiungimento dello scopo (ex art. 156, comma 4, cod. proc. civ.).

Proprio in merito alle sanatorie della nullità nel processo di primo grado, non si può non rammentare la Sentenza della Cassazione a Sezioni Unite 17 giugno 2004, n. 11353,la quale ha affermato che nel rito del lavoro la nullità del ricorso per mancata esposizione degli elementi del di fatto e di diritto posti a base della domanda sarebbe sanabile ex art. 164, comma 5, cod. proc. civ.

In base al dettato di tale sentenza, il Giudice di primo grado potrebbe fissare un termine perentorio per la rinnovazione del ricorso o per la integrazione della domanda, con sanatoria solamente dal momento della successiva notificazione (ex nunc), ferme le decadenze e salvi i diritti quesiti anteriormente. Peraltro, poiché la sanatoria del ricorso non vale a rimettere in termini l’attore rispetto ai mezzi di prova non indicati né specificati, il convenuto potrà sempre eccepire in ogni tempo e grado del giudizio, il mancato rispetto della norma sull’onere della prova (art. 414, n. 5, cod. proc. civ.)

Corollario di tali principi è che la mancata fissazione di un termine perentorio da parte del giudice, per la rinnovazione del ricorso o l’integrazione della domanda, e la non tempestiva eccezione di nullità da parte del convenuto (ex art. 157 cod. proc. civ.), comprovano l’avvenuta sanatoria della nullità del ricorso per raggiungimento dello scopo (ex art. 156, comm 4, cod. proc. civ.).

La sanatoria per il raggiungimento dello scopo ex art. 156, comma 4, cod. proc. civ., sarebbe dunque provata dalla duplice condizione che, all’udienza ex art. 420 cod. proc. civ., il convenuto non abbia tempestivamente eccepito il vizio dell’atto ed il Giudice abbia omesso di fissare un termine perentorio per la rinnovazione del ricorso o l’integrazione della domanda.

In ogni caso, ove le nullità del ricorso introduttive non vengano rilevate dal giudice di primo grado, sono soggette alla regola generale della conversione in motivi d’impugnazione ex art. 161, comma 1, cod. proc. civ., con onere di impugnazione  della decisione anche con riguardo alla pronuncia, esplicita o implicita, sulla validità dell’atto. In tal caso, una dichiarazione officiosa di nullità e inammissibilità della domanda da parte del Giudice dell’impugnazione darebbe luogo al vizio di ultrapetizione.

In tal modo, il vizio che infici una pronuncia soggetta ad appello o a ricorso per Cassazione va fatto valere nei limiti e secondo le regole dei mezzi di impugnazione, con la conseguenza che, ove ciò non avvenga, la sentenza passa in giudicato e spiega tutta l’efficacia che le è propria.

E quindi, in caso di mancata impugnazione il convenuto non potrà più eccepire la nullità. La stessa conclusione vale anche per il Giudice, vincolato alle domande delle parti: se il convenuto non ha impugnato e non ha chiesto la riforma, neppure il Giudice dell’impugnazione potrà eccepire d’ufficio la nullità.

L’utilizzo dell’art. 164 cod. proc. civ., in positivo o negativo, è solo per opportunità e tattica processuale, che potrebbe funzionare quando le prove necessarie siano state già prodotte o chieste in giudizio oppure no.

Ad esempio, l’attore potrebbe non chiedere la sanatoria allorché non siano comunque sanabili le carenze probatorie, con alta probabilità di sconfitta nel merito. Così come la sanatoria potrebbe essere chiesta addirittura dal convenuto proprio approfittando delle carenze probatorie dell’attore. In tal modo il giudice dovrà pronunciarsi nel merito, con possibilità di un giudicato che precluda una successiva riproposizione della stessa o simile domanda.

Teramo, 30 Gennaio 2011                       Avv. Annamaria Tanzi

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

About these ads

2 commenti

Archiviato in Dottrina

2 risposte a “Sulla nullità del Ricorso del lavoro

  1. Ho apprezzato il tuo pezzo, come gli altri, trovo interessante
    il tuo blog, e che grafica! e penso che ti metterò nei preferiti, Thanx

  2. raffaele

    ricorso in primo grado contro inail giudice dichiara nullo perche avvocato non a scritto nel ricorso che io avevo una precedente malattia professioonale premetto che chiedevo una nuova malattia professionale diversa della precedente il giudice asserisce che dovevo chiedere aggravamento ma a me non sembra logico perche ripeto chiedevo una nuova malattia professionale che non a nulla a che vedere con quella che ho

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...